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MILANO

Letta: «Tutti dipendiamo da tutti» L’ex premier valorizza l’importanza della cooperazione internazionale e dell’Europa

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Enrico Letta,

«La politica è importante, conta e incide sulle nostre vite. Il Parlamento aveva perso peso ma lo ha riguadagnato, migliorando pure il rapporto tra politica e scienza. Le nostre democrazie sono state sfidate dalla pandemia ma, seppure con fatica, hanno fatto molto». L’ex premier Enrico Letta preferisce valorizzare gli aspetti positivi rispetto a quelli negativi, anche nella difficile e complessa lotta al Covid 19.

Perché «tutti dipendiamo da tutti ed è questa la frase più potente tra le tante idee che si stanno sviluppando attorno all’esperienza, unica e incredibile che stiamo vivendo». Prosegue poi attraverso esempi concreti.

«Il Parlamento europeo è stato un esempio positivo - aggiunge il direttore della Scuola di affari internazionali dell'Istituto di Studi Politici di Parigi - Tra le istituzioni che decidono è stato importante vedere un Parlamento europeo aperto, anche in remoto. Non dimentichiamo che nella gestione della crisi del 2008 venne invece marginalizzato e le decisioni furono più tecniche e tecnocratiche, mentre ora sta prendendo posizioni positive anche in maniera trasversale rispetto ai diversi schieramenti».

Come giudica i provvedimenti messi in campo dall’Europa, dalla Bce alla Bei, dal Sure ai Recovery Fund, passando per il criticatissimo Mes?

«L’Europa ha funzionato in tutte le sue istituzioni, ha preso decisioni molto rapide e potenti. Quello che non funziona è il rapporto tra i 27 Paesi: se non c’è un amministratore che prende decisioni a maggioranza tutto sarà più complicato. Sui singoli provvedimenti dico subito che il Mes senza condizionalità sarà indispensabile per ricostruire il nostro sistema sanitario perché avremo tutti più bisogno di sanita’. Non dimentichiamo, poi, come accennavo prima, che per gestire la crisi del 2008 abbiamo impiegato quattro anni per arrivare a una soluzione».

Fare da soli non è una strada praticabile.

«No. Neppure la Germania riuscirebbe a fare da sola con i bilanci di cui dispone. Ecco perché serve una risposta che ci veda tutti insieme. Questa strada ci rafforzerà».

Preoccupato per la decisione della Corte costituzionale tedesca?

«Si, un po’ mi preoccupa. Però la soluzione non è prima gli italiani o prima i tedeschi, ma prima chi ha bisogno. L’unione è questa: senza solidarietà che Europa è?».

Come giudica, invece, i provvedimenti adottati dal Governo Conte e dai vari governatori regionali?

«Chi ha deciso lo ha fatto in una situazione complicata: Conte, Fontana, Bonaccini, Zaia… sono tutte persone da aiutare perché è facile commettere errori. Una volta passata l’emergenza dovremo trovare tutte le tonalità dei colori del nostro affresco, bisogna riprendere le tante sfumature, i legami, le relazioni… L’economia è guidata dal cuore e dalla testa delle persone, ma alla base ci deve essere la fiducia e serve molto pure la collaborazione delle associazioni di rappresentanza, cioè di tutti quei corpi intermedi che erano stati messi un po’ nell’angolo. Non torneremo al 2019, ma dovremo guardare avanti, pensare al 2030 riscoprendo i valori del 1948, lo spirito originario della Costituzione…».

In un momento così delicato non era preferibile che il premier Giuseppe Conte andasse in Parlamento per chiedere in mandato ampio, stringere una collaborazione con le opposizioni e dare l’immagine di un Governo forte, coeso e autorevole? Un po’ come ha fatto il Portogallo dove tutti hanno fatto a gara per proporre le migliori idee e soluzioni per il loro Paese.

«Il Portogallo è un caso interessante, unico. In altri grandi Paesi come Spagna, Francia e Germania le contrapposizioni sono state forti, mentre in Italia la radicalità ha scavato un solco profondo anche con l’Europa. Poteva andare diversamente? Non lo so. Il nostro Paese, però, anche all’estero, ha offerto un’immagine positiva del suo popolo più della rappresentazione politica che si è registrata all’interno del Governo, del Parlamento e delle Regioni. Dobbiamo chiedere a chi ha responsabilità politica di rappresentare meglio il popolo. Nella fase 2 dobbiamo mettere in campo tutto l’orgoglio che abbiano come motore per il futuro».

La globalizzazione sarà ridimensionata? Ci sarà un rientro di alcune produzioni industriali delocalizzate? L’idea della grandi fabbriche tutte automatizzate con pochi operai cederà il passo alla riscoperta del modello casa/impresa, del prodotto artigianale, della piccola bottega di paese?

«È difficile dare una risposta precisa, ma è sbagliato pensare di archiviare la globalizzazione. La iperconnessione è una caratteristica del nostro tempo: oggi, grazie al digitale, abbiano fatto un balzo in avanti. Questa mattina, attraverso una piattaforma digitale, ho incontrato cento ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia che hanno vinto la borsa di studio; adesso sto parlando con voi; più tardi mi collegherò con un gruppo di Sidney… La tecnologia continuerà a condizionare le nostre vite e a rafforzare la globalizzazione, ma sarà un’altra globalizzazione dove ognuno sarà legato all’altro. Cambieranno i consumi e ci sarà spazio per una rilocalizzazione logistica molto sfidante. Non credo proprio che la crisi alzerà nuovi muri per rinchiuderci nella nostra nazione. La questione climatica e il virus si sono imposti senza passaporti, nella vita normale non vivremo con le frontiere chiuse e tutti dipenderanno da tutti. Se vogliamo stare bene noi anche gli altri dovranno stare bene. Dobbiamo capire come aiutarci, rivalutare la solidarietà».

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Autore:gcf

Pubblicato il: 18 Maggio 2020

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